Antonella Boffa Ballaran, istruttore HP
Seppur altamente ostico mi addentro volentieri in questo argomento che, forse ancor più di altri, mi vede parte “in causa”, attore e spettatore; facendomi sentire, ancora oggi, a cospetto di quella grande e difficile arte che è l’Equitazione, studente avido di conoscenza pur ritrovandomi a ricoprire il ruolo di docente.
Sia che ci troviamo ad ricoprire l’uno o l’altro ruolo il primo problema che dobbiamo affrontare risiede nella complessità della materia.
Che lo vogliamo ammettere o no, non si tratta solo di pura “attività fisica”; il cavallo, in quanto essere vivente dotato di personalità ed emozioni proprie, ci obbliga a mettere in gioco tutta una serie di “sfere” personali, emotive, emozionali che non possono e non devono essere trascurate, pena un approccio superficiale, asettico, che porterà, nel tempo, ad un sicuro abbandono dell’attività di entrambi (allievo e maestro).
Nel momento in cui mi sono trovata a cambiare “ruolo” mi sono chiesta in che modo avrei potuto veramente aiutare chi mi stava davanti e ho pensato ai “miei” maestri; chi mi aveva insegnato, lasciato un vero bagaglio ed ho compreso che, al di là delle parole, in primis, era stato il loro personale esempio ad avermi “colpito”, illuminato, stimolato.
E mi è venuta in mente una “perla” lasciataci dal grande Caprilli (penso che non sarà l’unica che vedrete citata): “Per insegnare bene, si richiede che gli istruttori sappiano e non credano soltanto di sapere”
E il sapere “del cavallo” si acquista solo “sul cavallo” e “con il cavallo”.
La pratica si acquisisce solo stando in sella, l’equino si comprende solo se lo si frequenta, la comunicazione funziona solo se ci si relaziona giorno dopo giorno, la materia si può conoscere solo se c’è, alla base, continuo studio e ricerca.
Personalmente non cerco solo di “elencare” dei principi, spiegare delle tecniche, ma soprattutto cerco di applicare gli stessi in ogni cosa che faccio, al di là che davanti a me ci sia l’allievo oppure no.
E qui si apre un altro grosso problema: la conoscenza.“Per inse gnare, bisogna sapere. Per sapere, bisogna imparare. Per imparare, bisogna studiare e…..quando sai, sai che non sai.”
Il “maestro” (di cui ricorre, proprio quest’anno, il centenario della morte) non ci lascia scelta, se vogliamo abbandonare la stada della mediocrità (ahimè dilagante) , se vogliamo vedere sempre più gente salire a cavallo e non voler più scendere , se vogliamo vedere sempre più binomi felici, non c’è speranza, dobbiamo aggiornarci, dobbiamo documentarci, dobbiamo ricercare persone capaci e andare tutti a lezione!
Che questa persona indossi un cappello da Cow Boy o la Bombetta non ci deve interessare, è nostro compito e dovere morale imparare a riconoscere i principi che muovono reali “uomini di cavallo” (pochi) da venditori di equitazione “mordi e fuggi” (troppi).
Osserviamo il loro modo di rapportarsi al cavallo, ascoltiamo con quanta passione ci possono fornire una spiegazione non solo del come ma soprattutto del perché.
E qui sta la grande ed ancor sconosciuta differenza tra il “fare qualcosa PER il cavallo” invece di “farla AL cavallo”.
Solo questo tipo di atteggiamento critico ma senza prevenzioni di sorta ci può rendere cavalieri più completi e, di conseguenza, istruttori più attenti e capaci.
Inculchiamo ai nostri allievi la cura del particolare, esaltiamo la loro capacità di osservazione, invitiamoli ad esaminare ogni aspetto del loro rapporto con l’equino, senza tralasciare niente, dal corretto posizionamento della capezza, all’insellaggio, al basilare e troppo spesso trascurato lavoro da terra.
Ho potuto spesso toccare con mano quanto questi accorgimenti siano in grado di mettere cavallo e cavaliere in una condizione “positiva”, eliminando, ancor prima che possano nascere, rigidità, paure, contrazioni.
E’ il nostro paziente lavoro che deve creare terreno fertile poichè ogni nuova esperienza si trasformi in un successo per il binomio.
Infine, altro particolare non trascurabile è il divertimento.
Quale momento migliore della lezione di equitazione per liberarsi dalle tensioni quotidiane?
L’istruttore si trasforma così in psicologo, assorbe e decodifica gli umori, catalizza l’attenzione sui suoi insegnamenti e crea una speciale atmosfera fatta di educazione, concentrazione, unione con l’animale senza mai chiudere la porta alla “battuta”, alla risata; perché se il cavaliere sorride, di conseguenza, anche il cavallo sorride.
Ardua, piena di ostacoli e, di sicuro, non priva di momenti difficili è la vita dell’istruttore, ma, per chi sente fortemente questa pulsione dentro di sé, non si può pensare di volere altro dalla vita.
Portiamo avanti con sacrificio e determinazione questa affascinante arte, senza dimenticarci mai di rispettare l’anima dell’essere che ci permette di realizzarci in tutto ciò, il cavallo.
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