Paola Monticelli, istruttore e addestratore abilitato addestramento puledri e soluzione cavalli problematici
E’ più forte di noi, avviene da migliaia di anni, nessuno (o quasi) l’ha mai messo in discussione o ha cercato di porvi rimedio: il nostro istinto di dominatori da sempre prevale sul mondo intero.
Prima che su guerre, colonizzazioni e soprusi di ogni tipo, basti constatare il fatto che da tempi immemorabili l’uomo, a differenza di qualsiasi altra creatura vivente, ha sviluppato delle tecniche di allevamento di altri animali per togliersi il disturbo di doverli cacciare per procurarsi l’indispensabile per la sopravvivenza: cibo e utensili, abbigliamento, armi, ecc.
Questa mia osservazione non vuole entrare nel merito su quanto questa situazione sia inevitabile, piuttosto che superflua o addirittura dannosa, ma serve a rendere innegabile un’affermazione: l’essere umano è più intelligente di qualsiasi altra creatura vivente sul pianeta.
MA L’ISTINTO? C’è ancora, c’è sempre, sempre più forte, non si è modificato rispetto ai tempi in cui per mangiare carne dovevamo spingere i branchi di animali selvatici giù dai dirupi.
Questo nostro profondo e immutato istinto, che ci spinge inesorabilmente a controllare e dominare qualunque situazione, è un grosso ostacolo nel rapporto con i cavalli, così…istintivamente diversi da noi!
Semplificando, provo a raggruppare in tre punti le origini dei nostri problemi nel confrontarsi con i cavalli.
IL RANCORE: l’uomo lo conosce bene in tutte le sue forme, dal semplice risentimento all’odio, nessuno di noi può considerarsi esente dal provare spesso nella vita questo sentimento; il cavallo non è in grado di provare alcuna forma di odio nei confronti di chicchessia! Cambia certamente comportamento a seconda delle persone che lo avvicinano, ma le sue reazioni variano in rapporto alla comunicazione che trova in ognuno di noi, dalla fiducia alla paura all’isolamento, quindi un cavallo disobbediente non “ce l’ha con noi”, semplicemente non capisce cosa vogliamo da lui o non si fida abbastanza per farlo.
LA PAZIENZA: se pensiamo che le occupazioni quotidiane del cavallo in natura sono giocare con gli altri membri del branco, bere e mangiare e scappare dai predatori, è indubbio che le nostre giornate siano molto più complicate! Dobbiamo preoccuparci del lavoro, della famiglia, della casa, ritagliarci un po’ di tempo per hobbies e amici, è infatti luogo comune che la nostra vita sia troppo frenetica. Niente dunque di cui stupirsi se il cavallo è di gran lunga più paziente di noi: cos’avrà mai da perdere? Il cavallo non ne è cosciente, è la sua memoria genetica che lo rende tale, ma la nostra intelligenza ci impone, se veramente vogliamo comunicare con lui, di diventare un po’ erbivori ed adattarci alle sue esigenze, quindi la parola “tempo” deve passare dai nostri riferimenti umani a quelli equini: è il cavallo a stabilire i tempi del proprio apprendimento, non possiamo pretendere di dettarglieli noi!
L’ATTENZIONE: il cavallo, da buon erbivoro da branco, usa quasi esclusivamente la comunicazione non verbale per comunicare con i suoi compagni. Per lui basta muovere un orecchio, arricciare le froge, cambiare sguardo per essere perfettamente compreso da ogni suo simile; questo è il suo linguaggio, selezionato e affinato in migliaia di anni. Ma ci siamo mai fermati a contare quanti movimenti compiamo vicino o sopra ai nostri cavalli? Parliamo con qualcuno e gesticoliamo, il nostro sguardo cambia continuamente direzione ed intensità, ci aggiustiamo il cap piuttosto che la piega dei pantaloni: tutti segnali caotici ed incomprensibili che arrivano al nostro disorientato cavallo! Se il nostro alibi è “ma io non gli sto chiedendo nulla”, rendiamoci consapevoli del fatto che il cavallo non ci sa leggere nel pensiero, ma con quella sensibilità che gli permette di sentire le minuscole zampette di una mosca anche su quel corpo così possente, come pensate non cerchi di interpretare tutto quel movimento che si trova intorno o sulla schiena? Insomma il cavallo non fa nulla per caso, e pensa che necessariamente ogni nostro movimento abbia un significato, sta a noi cercare di attribuirglielo.

Quanto infime bisogna andare contro il proprio istinto per poter raggiungere un livello di comunicazione tale da ottenere un cavallo fiducioso e collaborativo? Quanto ci dobbiamo impegnare?
Vi posso garantire che le difficoltà esistono, ma sono inversamente proporzionali alla nostra passione, al rispetto che proviamo per questi splendidi animali, a quanto profondamente e veramente desideriamo diventare amici loro senza schiavizzarli.
Usarli come semplice mezzo di trasporto, o per passare le domeniche con gli amici, o per pura competizione, questo sì, è molto più facile e soprattutto istintivo…
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